Il “Niuru Maru”del Salento

Alla scoperta del Negramaro Leverano DOP Riserva di Cantina Vecchia Torre.

Se dalla Puglia delle cattedrali si prosegue verso sud, ci si accorge subito quando si arriva in Salento. Il paesaggio cambia veste, a partire dalla terra, che si fa rossastra, ferrosa, un tappeto ocra disteso sotto un cielo che in estate è di un blu intenso, quasi sempre privo di nuvole. Il vento, poi, è un compagno di viaggio inseparabile, che porta con sè il profumo del mare, e che lungo la strada accarezza i mandorleti, i vigneti, i nespoli, gli albicocchi, i prugni e soprattutto gli ulivi secolari, nodosi e giganti, sentinelle di un panorama che lascia senza fiato.

Nella parte nord-occidentale della pianura salentina, a ridosso della Terra d’Arneo, che abbraccia l’arco jonico della provincia di Lecce e il cuore del Nord di questa parte di Puglia, c’è il territorio di Leverano, un piccolo Comune di poco più di 14mila abitanti, immerso nelle campagne salentine, un luogo dove il tempo si scandisce con i ritmi della terra, con le stagioni dei raccolti, con la vendemmia delle sue uve.

Ed è qui, in questo luogo che ha fatto della lentezza il segreto della straordinarietà dei suoi prodotti, che sorge Cantina Sociale Cooperativa Vecchia Torre, l’azienda vitivinicola che con i suoi 1.240 soci e una superficie vitata che supera i 1.100 ettari, da più di 60 anni – ovvero da quando gli allora 50 contadini hanno voluto credere in un sogno comune – produce uno dei vini più rappresentativi della regione, il Negramaro.

Un nome che racchiude già un gomitolo di storie, derivando dal griko, la lingua parlata in alcuni comuni della Grecìa Salentina, e in particolare dalla parola mavro, che significa nero,  unita al latino nigro. E poi un nome che acquisisce diversi sinonimi a seconda delle zone del Salento: lo chiamano Jonico a Galatina, Lacrima a Squinzano e a Latiano, Albese nei comuni compresi tra Campi Salentina e Guagnano.

“Niuru Maru” è l’origine dal dialetto locale, ovvero “nero amaro”, a sottolineare il carattere di questo vino che fino a qualche decennio fa era utilizzato per “tagliare” i vini del nord e dare loro quella spinta in colore e corpo che solo i nettari del sud sanno regalare.

Quello di Vecchia Torre Leverano DOP, poi, nella sua versione Riserva, è un viaggio da gustare lenti, perchè è un viaggio a ritroso nel passato, fatto di storie contadine, di masserie fortificate immerse nella campagna, di lavori estenuanti e racconti attorno al focarìle, il camino, prima di concludere una giornata che iniziava all’alba.

Un vino dal carattere deciso, che a chi non è abituato a corposità di questo tipo, può sembrare a tratti burbero, e che pure incanta con i suoi profumi intensi, in una calda danza di frutti rossi e maturi e accenni di pepe.

Nero come la pece si potrebbe dire, il suo colore è sangue che macchia le labbra, un rubino che in riserva si fa granato senza perdere il suo carattere impenetrabile.

14% di grado alcolico e una sensazione di calore avvolgente per questo vino che che viene per l’80% da uve autoctone di Negroamaro e per un 20% da Malvasia nera, come spesso accade nelle vinificazioni di queste uve.

Sette giorni a contatto con le bucce, 12 mesi di barrique e altri 3 mesi di affinamento in bottiglia lasciano forse immaginare la sua spina dorsale ben strutturata, il suo animo energico, asciutto,  con tannini morbidi, presenti ma mai invadenti, un retrogusto leggermente amarognolo, e una persistenza che si allunga nel finale lasciando il segno.

Un vino “maschio”, insomma, che non nasconde la sua poderosità e che sfida i succulenti piatti di carne, i taglieri di salumi e formaggi più saporiti, i ragù di selvaggina. Un vino senza mezzi termini, autentico, forte, deciso, schietto… come il popolo del Sud.

a cura di Carmela Loragno

foto dal web

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